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AVVOCATO STABILITO – INTEGRATO

L’avvocato che esercita in maniera effettiva e regolare la professione in Italia per tre anni può chiedere al proprio Consiglio dell’Ordine la dispensa della prova attitudinale e diventare avvocato integrato

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Normative - Parere avvocato europeo

L’AVVOCATO COMUNITARIO E LA LIBERA CIRCOLAZIONE NEL TERRITORIO U.E.

(A cura di Mario Pinchera e Stefano Pagnini)

Premessa

Il presente scritto trae origine dalla pubblicazione della Sentenza per la causa n. C-118/09 della Corte di Giustizia Europea la quale ha posto, definitivamente, una interpretazione in relazione alla vicenda che ha fatto sorgere molteplici dubbi a riguardo della libera circolazione degli avvocati all’interno del territorio comunitario.

In generale, la questione dello spostamento dei professionisti nel territorio della Unione Europea ed il riconoscimento dei titoli professionali può, oggi, essere facilmente risolta, grazie a due importanti pronunce giurisprudenziali della Corte di Giustizia Europea (Cavallera C-311/06; Koller C-118/09) che hanno fornito una interpretazione autentica della normativa comunitaria afferente il pilastro della libera circolazione.

Sistema normativo

A tal proposito è necessario affrontare, brevemente, quali siano i riferimenti normativi e le procedure da seguire per il richiamato "riconoscimento" - nonché esercizio –, in particolare, della professione di avvocato nel territorio comunitario e più propriamente in Italia.

La diversità tra sistemi e formazioni giuridiche dei vari Stati membri ha impedito il riconoscimento reciproco completo ed incondizionato di tutti i diplomi e dei titoli di accesso, che avrebbero garantito il libero stabilimento immediato del titolo dello Stato di origine del professionista. In un primo momento, è stato possibile autorizzare, solo la libera prestazione di servizi occasionali (Direttiva del Consiglio 77/249 del 22 marzo 1977, cui è stata data attuazione nel territorio dello Stato italiano con legge 9 febbraio 1982 n. 31).

Detta legge di attuazione consentiva la libera prestazione dei servizi professionali in ogni Stato europeo, senza preclusione dipendente dalla cittadinanza e dalla residenza. Ogni avvocato, infatti, era ammesso a prestare liberamente i propri servizi professionali in altro Stato europeo - cosiddetto stato ospitante - ma doveva farlo con il proprio titolo, ovvero con il titolo dello Stato di origine (ossia senza alcun diritto di utilizzare il titolo del paese ospitante) e poteva farlo soltanto in via occasionale e saltuaria, poiché non era previsto, nella suddetta direttiva, il diritto di stabilirsi definitivamente nel paese ospitante. Questa attività "occasionale e saltuaria" di avvocato doveva essere svolta di concerto con un avvocato del paese ospitante, e in tale attività dovevano essere osservate le norme legislative professionali e deontologiche del paese ospitante.

L’articolo 9, della stessa legge italiana di attuazione, prescriveva, altresì, che prima dell’inizio dell’attività professionale nel territorio dello Stato, il professionista fosse tenuto ad inviare un’apposita comunicazione al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati competente per territorio. Inoltre, l’articolo 11, della citata, prevedeva che nell’esercizio delle proprie attività professionali, gli avvocati fossero soggetti al potere disciplinare del Consiglio dell’Ordine degli avvocati medesimo.

Successivamente, con la direttiva 98/5 del 16 febbraio 1998, è stato compiuto un importante passo in avanti anche per la libertà di stabilimento dei professionisti.

Infatti, attraverso la suddetta direttiva, per la prima volta si stabiliva che ogni avvocato, con il proprio titolo professionale originale, potesse stabilirsi in un altro Stato membro, al fine di esercitare la propria attività professionale, con la clausola, secondo la quale, lo Stato ospite avrebbe potuto esigere che la rappresentanza e la difesa in giudizio, da parte dell’avvocato estero, richiedesse l’ausilio di un avvocato nazionale.

Dopo tre anni di attività sottoposta a tale regime, l’avvocato stabilito avrebbe potuto acquisire il diritto alla pienezza dell’esercizio sotto il titolo professionale dello Stato ospite senza dover sostenere alcun esame di idoneità.

La sopra richiamata direttiva venne attuata nel territorio nazionale italiano per mezzo del decreto legislativo del 2 febbraio 2001 n. 96. In base a tale testo gli avvocati avrebbero potuto esercitare stabilmente l’attività professionale nello Stato italiano con il proprio titolo professionale di origine, iscrivendosi presso l’Autorità competente ovvero presso una sezione speciale dell’albo costituito nella circoscrizione del Tribunale in cui lo stesso avesse fissato stabilmente la propria residenza o il proprio domicilio professionale e nel rispetto della normativa riguardante gli obblighi previdenziali.

La domanda di iscrizione, ai sensi dell’articolo 6 del suddetto decreto, sarebbe dovuta essere corredata da: certificato di cittadinanza di uno Stato membro dell’Unione Europea o dichiarazione sostitutiva; certificato di residenza o dichiarazione sostituiva o dichiarazione dell’istante, con l’indicazione del domicilio professionale; attestato di iscrizione all’organizzazione professionale dello Stato membro di origine (rilasciato in data non antecedente a tre mesi dalla data di presentazione o dichiarazione sostituiva).

Sempre secondo il richiamato decreto, il Consiglio dell’Ordine stesso, entro trenta giorni dalla data di presentazione della domanda o dalla sua integrazione, accertata la sussistenza delle condizioni richieste, qualora non vi fossero motivi di incompatibilità, è tenuto a disporre l’iscrizione nella sezione speciale dell’albo, dando comunicazione alla corrispondente Autorità dello Stato membro di origine. L’eventuale rigetto della domanda non può essere pronunciato, se non dopo aver, prima, sentito l’istante e notificato, poi, il rigetto, in copia integrale, nel termine di quindici giorni, sia all’interessato che al Procuratore della Repubblica. Qualora il Consiglio dell’Ordine non provveda, nel termine di trenta giorni dalla presentazione della domanda, l’interessato può, entro dieci giorni dalla scadenza dell’anzidetto termine, presentare ricorso al Consiglio Nazionale Forense, il quale deve decidere sul merito dell’iscrizione.

Con l’iscrizione nell’albo speciale l’avvocato stabilito acquista anche il diritto di elettorato attivo con esclusione di quello passivo. Successivamente all’iscrizione l’avvocato stabilito è tenuto a presentare annualmente al Consiglio dell’Ordine un attestato di iscrizione all’organizzazione professionale di appartenenza, rilasciato in data non antecedente a tre mesi dalla data di presentazione, ovvero dichiarazione sostitutiva.

Anche in questo caso la norma richiede che l’esercizio dell’attività giudiziale da parte dell’avvocato stabilito debba avvenire di "intesa" con un professionista abilitato a esercitare la professione con il titolo di avvocato, mentre per l’attività stragiudiziale non è prevista alcun tipo di limitazione.

I doveri imposti all’avvocato stabilito sono di rispettare le norme legislative, professionali e deontologiche che disciplinano la professione di avvocato in Italia, altresì di rispettare le norme sull’incompatibilità, assicurarsi contro la responsabilità professionale e frequentare i corsi di formazione previsti, ove tali obblighi siano stabiliti a carico degli avvocati italiani. Non può utilizzare il titolo di avvocato italiano e deve sottostare al potere disciplinare del Consiglio dell’Ordine competente per territorio.

In sostanza, questa direttiva, nonché la relativa attuazione, assicurano la possibilità di svolgere stabilmente l’attività forense nello Stato italiano, permettendo all’avvocato di conseguire il titolo di avvocato (integrato) dopo tre anni di attività effettiva e regolare nello Stato stesso, intendendosi, per effettivo e regolare, l’esercizio reale dell’attività senza interruzioni che siano quelle dovute ad eventi della vita quotidiana e soprattutto senza alcun esame attitudinale.

In ultimo, vi è il riconoscimento delle qualifiche professionali che riguarda, in particolar modo, la querelle che ha investito l’interpretazione autentica delle direttive di riferimento da parte della Corte di Giustizia Europea.

Tale riconoscimento era disciplinato, in un primo momento, dalla direttiva 89/48, sostituita successivamente dalla direttiva 2005/36, alla quale è stata data attuazione con decreto legislativo del 9 novembre 2007 n. 206.

Quest’ultima direttiva ha abrogato una serie di direttive precedenti, tra le quale troviamo quella sul riconoscimento dei diplomi, modificandola.

In particolare quest’ultima consentiva a tutti i professionisti di ottenere il riconoscimento del proprio diploma nel paese ospitante e quindi di esercitare a pieno titolo l’attività professionale, previo superamento di una prova attitudinale. Per "diploma" non si intendeva solo un attestato universitario ma un complesso di attività che accertasse il compimento di una formazione professionale, ossia il risultato di un complesso itinerario che prevedesse gli studi post secondari, la laurea, il tirocinio, l’attività pratica e l’esame di stato; in sintesi, la possibilità di svolgere una professione.

Allo stato attuale la direttiva sul riconoscimento delle qualifiche ha inteso semplificare la procedura di riconoscimento annullando tutte le procedure precedenti e affermando la più ampia libertà di circolazione di professionisti alle stesse condizioni dei cittadini comunitari, salva la possibilità in determinate condizioni di applicare misure di compensazione (tirocinio di adattamento o prova attitudinale).

In sostanza, agli avvocati, che volessero esercitare in un paese comunitario diverso da quello dove avessero ottenuto il proprio titolo professionale, sarebbe applicabile la direttiva specifica sulla prestazione di servizi (direttiva 77/249/CEE), la libertà di stabilimento (direttiva 98/5/CE) e il riconoscimento del titolo nel paese ospitante (direttiva 2005/36/CE).

Interpretazioni e applicazioni delle richiamate normative.

Prima di soffermare l’attenzione sui riscontri applicativi delle norme, preme differenziare i due differenti concetti di "omologazione" e "riconoscimento". Mentre il primo di questi si riferisce, infatti, alla equiparazione dei titolo di studio post-secondario nei vari Stati membri, il riconoscimento riguarda la parificazione della professione.

In altri termini, nel caso che ci interessa, un cittadino italiano, che con titolo di studio universitario nel territorio italiano si reca in Spagna per esercitare la professione di abogado, deve richiedere innanzitutto la "omologazione" del proprio di titolo di laurea italiano, per parificare la propria laurea in giurisprudenza a quella di licenciado en derecho, procedura, questa, che si rende necessaria per integrare il bagaglio culturale normativo italiano con quello spagnolo (questo iter richiede normalmente per un laureato italiano il superamento di 9 o 10 materie universitarie), ovvero lo studio di materie sostanziali e processuali proprio in considerazione delle differenze normative e procedurali dei due ordinamenti. Questa integrazione, e la successiva omologazione ministeriale spagnola, permettono al licenciado en derecho di potersi iscrivere negli albi professionali degli avvocati spagnoli e, quindi, esercitare, a tutti gli effetti, la professione di abogado.

E’ chiaramente evidente che il cittadino italiano, una volta acquisita la qualifica professionale nello Stato membro, potrebbe tranquillamente decidere di poter esercitate anche sul territorio di origine e, quindi, oltre alla libera prestazione dei servizi e al diritto di stabilimento, potrebbe richiedere il "riconoscimento" della qualifica professionale di abogado con quella di avvocato.

La procedura del riconoscimento e quella dello stabilimento non hanno mai creato particolari dubbi interpretativi relativi all’applicazione delle stesse normative in merito alla libera circolazione della professione di avvocato.

Un primo provvedimento interpretativo da parte della Corte di Giustizia Europea si è avuto riferitamente alla libera circolazione del riconoscimento dei titoli (ergo non allo stabilimento), in relazione alla professione di "ingegnere". La questione pregiudiziale venne, infatti, sollevata dal Consiglio di Stato, nella causa promossa dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri riferitamente al sistema generale di riconoscimento dei diplomi di istruzione superiore in relazione alle formazioni professionali di durata triennale. L’Autorità Amministrativa italiana adita sollevò la questione dinanzi alla Corte di Giustizia Europea, al fine di ottenere una interpretazione della Direttiva del Consiglio 89/48/CEE del 21 dicembre 1988.

La Corte adita cosi dispose: "Le disposizioni della direttiva del Consiglio 21 dicembre 1998, 89/48/CEE, relativa ad un sistema generale di riconoscimento dei diplomi di istruzione superiore che sanzionano formazioni professionali di una durata minima di tre anni, non possono essere invocate al fine di accedere ad una professione regolamentata in uno stato membro ospitante da parte del titolare di un titolo rilasciato da un’Autorità di un altro Stato membro che non sanzioni alcuna formazione prevista dal sistema di istruzione di tale stato membro e non si fondi né su di un esame né su un’esperienza professionale acquisita in detto stato membro".

Questa pronuncia giurisdizionale, seppur riguardante una professione tecnica totalmente diversa da quella di avvocato, ha avuto l’effetto, però, di far sorgere dubbi sulla questione dello stabilimento e della relativa iscrizione da parte di alcuni Consigli dell’Ordine degli avvocati italiani. In particolare, quello vicentino che, vista la sopradetta sentenza, richiese un parere al Consiglio Nazionale Forense in merito a "quale siano i criteri da adottare per l’iscrizione degli avvocati stabiliti all’apposita sezione speciale dell’albo; se possano essere ivi iscritti cittadini italiani, con laurea in giurisprudenza italiana omologata da altro Stato membro ed iscritti ad albi degli avvocati di tali Stati, qualora non sia previsto per l’iscrizione un percorso formativo successivo al corso di laurea; se coloro che siano stati iscritti, quali stabiliti ovvero integrati, dopo aver seguito l’iter sopra indicato possano o debbano essere cancellati, previa convocazione, ai sensi dell’art. 16 del R.d.l. 27 novembre 1933 n. 1578" e, inoltre, chiedeva di "conoscere se si fosse dovuto procedere alla concreta verificazione di un elemento transazionale, particolarmente nel caso in cui il percorso prescelto per l’iscrizione quale avvocato integrato consiste nel sostenimento della prova attitudinale di cui all’art. 23 del D.lgs. 9 novembre 2007, n. 206".

In risposta a quanto sopra richiesto, il Consiglio Nazionale Forense, per mezzo del parere n. 17 del 25 giugno 2009, ripercorrendo le norme di riferimento, ricordava che "coloro che siano in possesso di un titolo di abilitazione professionale conseguito in un altro paese comunitario possono svolgere attività professionale in Italia a titolo permanente con il titolo professionale d’origine, tramite l’iscrizione nella sezione speciale annessa all’albo dedicata agli "avvocati stabiliti", come previsto dall’articolo 6 del decreto Legislativo 2 febbraio 2001, n. 96". In merito ai primi quesiti, il Consiglio Nazionale Forense deliberava che il Consiglio dell’Ordine forense, competente per territorio dovesse "… esaminare nel dettaglio le domande di iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli avvocati stabiliti …" e che "…per accedere ad essa, infatti, secondo la giurisprudenza … richiamata fosse necessario possedere una qualificazione professionale effettiva e non solo formale …". Viceversa, continuava il Consiglio "… non possono essere penalizzati i professionisti, anche se in possesso di cittadinanza italiana o di una formazione accademica in Italia, i quali dimostrino l’effettivo svolgimento di esperienza professionale all’estero …".

In relazione agli ulteriori quesiti relativi alla cancellazione di soggetti già iscritti, la Commissione ha espresso parere tendenzialmente negativo, giacché l’eventuale rimozione di un provvedimento di iscrizione in via di autotutela dimostrerebbe l’effettivo errore in cui è incorso il Consiglio stesso, ma, soprattutto, dimostrerebbe l’esistenza di un interesse pubblico all’eliminazione della permanenza dei soggetti negli albi.

Successivamente a questo, il Consiglio Nazionale Forense, richiedeva all’avv. Raffaele IZZO, un parere sulla possibilità di riconoscimento (ergo non stabilimento) da parte del Ministero della Giustizia del titolo di "abogado", ottenuto dai laureati in giurisprudenza in Italia che, trasferendosi in Spagna, conseguano ivi detto titolo, previo riconoscimento del titolo di laurea ai sensi della direttiva 2005/36/CE, senza sostenere un percorso formativo, né un esame di abilitazione alla professione e, rientrati in Italia, ne richiedano il riconoscimento, invocando la medesima direttiva.

Il richiamato parere, dopo aver illustrato puntualmente la normativa di riferimento ed analizzato gli orientamenti interpretativi in ordine alla nozione di diploma, l’uno restrittivo e l’altro estensivo, soprattutto considerando che la direttiva 2005/36/CE, che ha sostanzialmente riprodotto il contenuto della direttiva 89/48/CEE, si era orientato prevalentemente in favore di quello restrittivo "…come si può desumere dalla lettura dei c.d. "considerando" che, com’è noto, orientano l’interpretazione dell’articolato normativo di ciascuna direttiva", riteneva, in conclusione, che il "…Ministero possa legittimamente opporsi al riconoscimento del titolo di abogado …".

La posizione del Ministero di Giustizia, sempre in merito all’argomento, però, si è orientata in maniera del tutto contraria prediligendo, in sostanza, l’orientamento interpretativo estensivo. Difatti, in data 29 luglio 2010, emetteva in favore di un cittadino italiano, con titolo accademico universitario italiano, omologato secondo la procedura richiesta dal Ministero de Educacion Spagnolo e con la qualifica professionale di "abogado", Decreto di Riconoscimento del titolo, previo superamento di una prova attitudinale, comprendente una prova scritta, consistente nella redazione di un atto giudiziario a scelta del candidato tra le materie di diritto civile, diritto penale, diritto amministrativo (sostanziale e processuale), diritto processuale civile e diritto processuale penale, nonché un unica prova orale su due materie, una delle quali dovesse essere deontologia e ordinamento professionale e una a scelta del candidato tra le materie di diritto civile, diritto penale, diritto amministrativo (sostanziale e processuale), diritto processuale civile, diritto processuale penale e diritto commerciale.

A questa decisione il Ministero della Giustizia è giunto anche dopo aver considerato la pronuncia della Corte di Giustizia del 29 gennaio 2009, nella parte in cui enunciava il principio secondo cui non può essere riconosciuto un titolo professionale rilasciato da un’Autorità di uno Stato membro, che non sanzioni alcuna formazione prevista dal sistema di istruzione di tale Stato membro e non si fondi né su di un esame né di un’esperienza professionale acquisita in detto Stato. Altresì, lo stesso Ministero, nel medesimo decreto ha ritenuto che il certificato di omologazione "… non può essere considerato un «mero atto formale» oppure una «semplice omologazione» del diploma di laurea acquisito in Italia, rappresentando piuttosto l’attestazione ufficiale di qualifiche supplementari acquisite in diritto spagnolo" e ha ritenuto, più in particolare, che "…il superamento dei suddetti esami ed il conseguente certificato di omologa possano essere qualificati quale formazione aggiuntiva conseguita in altro Stato membro, in quanto costituiscono un ciclo di studi autonomo in diritto spagnolo, diverso e distinto rispetto al percorso seguito in Italia per l’ottenimento del diploma di laurea".

Alla luce di questi rilievi, quindi ha ritenuto che "…la fattispecie non sia riconducibile nell’ambito di previsione di cui alla sopra citata pronuncia della Corte di Giustizia, essendo stata riscontrata una formazione professionale aggiuntiva acquisita in Spagna e che, pertanto, sussistono i presupposti per l’applicazione della direttiva comunitaria relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, con conseguente riconoscimento del titolo di "abogado", ai fini dell’accesso e/o esercizio della professione di avvocato in Italia".

Quest’ultima deduzione ministeriale delinea il fatto che il riconoscimento dei titoli "tecnici", come ad esempio quello di ingegnere, che ricomprendano un mero atto formale di omologa da parte di un’Autorità di altro Stato membro non costituiscono qualifica professionale, così come stabilito dall’articolo 4 del D.Lgs 206/2007 e, peraltro, sancito dalla Corte Europea con la più volte citata pronuncia.

Appare evidente, quindi, che non può essere utilizzata per tutte le professioni una linea guida generale, giacché nel caso specifico della professione di avvocato il soggetto va ad intraprende, con l’omologazione del proprio diploma in Spagna, un percorso formativo suppletivo rispetto a quello ottenuto in Italia.

Interpretazione autentica della Corte di Giustizia Europea in ordine alla figura dell’Abogado

A porre, però, definitivamente una pietra miliare sulla questione in esame è stata la recente pronuncia pregiudiziale della Corte di Giustizia Europea in ordine al riconoscimento, in Austria, del titolo di avvocato.

Questa vicenda trae origine dal fatto che l’Obertste Berufungs – und Disziplinarkommission (Commissione Superiore Disciplinare degli Avvocati - OBDK) si trovava a decidere nuovamente sulla questione del sig. KOLLER, dato che il precedente rigetto del medesimo Organo, in merito al riconoscimento del titolo di abogado in Austria, era stato annullato dagli Organi interni austriaci, ovvero dal Verfassungsgerichtshof (Corte Costituzionale austriaca), visto il difetto di elementi che evidenziassero un abuso da parte del richiedente. L’OBDK, quindi con la successiva investitura decideva di sospendere il procedimento per sottoporre alla Corte di Giustizia Europea alcune questioni pregiudiziali. In primis, se fosse applicabile la direttiva 89/48 CEE ad un cittadino austriaco qualora questi: "a) abbia concluso con successo un ciclo di studi universitari in giurisprudenza in Austria e gli sia stato conferito, mediante decisione in tal senso, il titolo accademico di "Magister der Rechtswissenschaften"; b) sia stato poi autorizzato, mediante atto di approvazione del Ministero per l’Educazione e la Scienza [spagnolo], in seguito al superamento di esami integrativi presso università spagnola, cha hanno tuttavia comportato un periodo di formazione inferiore a tre anni, ad avvalersi del titolo spagnolo – equivalente al titolo austriaco – di Licenciado en derecho; c) abbia ottenuto, con l’iscrizione presso l’ordine degli avvocati di Madrid, l’autorizzazione ad avvalersi del titolo professionale di "abogado" e abbia effettivamente esercitato la professione forense in Spagna, prima della presentazione della domanda, per tre settimane e rispetto alla data della decisione di primo grado per al massimo cinque mesi".

In secundis, ed in caso di soluzione affermativa della prima questione, "…se sia compatibile con la direttiva 89/48(…)l’interpretazione dell’art. 24 dell’EuRAG nel senso che il conseguimento di un diploma in giurisprudenza austriaco, nonché l’autorizzazione ad avvalersi del titolo spagnolo di "Licenciado en Derecho", ottenuta in seguito al superamento di esami complementari presso l’università spagnola nel corso di un periodo di tempo inferiore a tre anni, non siano sufficienti ai fini dell’ammissione alla prova attitudinale in Austria, ai sensi dell’art. 24, n. 1, dell’EuRAG, in mancanza di prova dell’esperienza pratica richiesta dal diritto nazionale (art. 2, n.2, della RAO), anche qualora il richiedente sia abilitato in Spagna all’esercizio della professione di "abogado, senza un equivalente obbligo di esperienza pratica, e ivi abbia esercitato tale professione per tre settimane prima della presentazione della domanda e, rispetto alla data della decisione di primo grado, per un periodo pari, al massimo, a cinque mesi".

In questa pronuncia, la Corte rammenta che la "chiave di volta" della vicenda è la nozione di "diploma", ovvero quella richiamata dall’articolo 1, lettera a), della direttiva 89/48/CEE.

Infatti, la motivazione di questo provvedimento, dopo aver rilevato la sussistenza di tutti i requisiti (trattini) previsti dalla lettera a) della citata norma, da parte del sig. KOLLER, verte su un parallelismo/confronto tra la questione in oggetto e la causa C-311/06 (Consiglio Nazionale Ingegneri/Cavallera) proprio per far emergere, al punto 32 della decisione, che "…contrariamente al certificato di omologazione fatto valere dalla persona interessata nella causa all’origine della citata sentenza Consiglio Nazionale degli Ingegneri che non sanciva alcuna formazione nell’ambito del sistema di istruzione spagnolo e non si fondava né su un esame né su un esperienza professionale acquisita in Spagna, il titolo spagnolo di cui si avvale il sig. Koller attesta l’acquisizione da parte di quest’ultimo di una qualifica supplementare rispetto a quella conseguita in Austria".

Di conseguenza, la Corte risolveva la prima questione nel senso che le disposizioni di cui alla direttiva 89/48 potevano essere fatte valere dal possessore del titolo.

In relazione alla seconda questione, la Corte continuava disponendo che, "la direttiva 89/48 …dovesse … essere interpretata nel senso che essa osta a che le autorità competenti dello Stato membro ospitante neghino ad una persona, che si trovi in una situazione come quella del ricorrente nella causa principale, l’autorizzazione a sostenere la prova attitudinale per l’accesso alla professione di avvocato in mancanza della prova del compimento del tirocinio richiesto dalla normativa di tale Stato membro".

La nota evidente di questa decisione è l’emersione della circostanza che il riconoscimento della qualifica di avvocato non può rientrare nell’alveo di un mero riconoscimento formale del "diploma", giacché è richiesto, per l’esercizio della professione in Spagna, un percorso integrativo formativo supplementare accademico per l’esercizio della professione nel territorio spagnolo. Ergo, non sussisterebbe alcun abuso del diritto comunitario.

Altro principio rilevante che si evince in relazione al secondo quesito è che, nessuno Stato membro può permettersi di sindacare e/o ritenere non esaustivo l’iter formativo professionale acquisito in un altro Stato membro laddove questo sia difforme dal proprio, in quanto la direttiva comunitaria parifica specificatamente, a tutti gli effetti, le qualifiche professionali ottenute all’interno del territorio europeo. Infatti, seppure la formazione spagnola per l’accesso alla professione sia difforme da quella di altri Stati membri, ciò non consentirebbe agli stessi di impedire il riconoscimento e lo stabilimento, ergo la libera circolazione dei professionisti. La preparazione dello Stato all’esercizio della professione, seppur difforme da altri, non può far indurre a ritenere che il periodo di formazione e/o tirocinio prima dell’iscrizione all’albo professionale sia condizione generale, giacché potrebbe, anzi dovrebbe, essere acquisita nel percorso universitario che si presuppone di per sé formativo. Da ricordare che ad oggi la Spagna, attraverso la legge (Ley) n. 34 del 30 ottobre 2006, che entrerà in vigore dopo 5 anni dalla promulgazione sul Bollettino Ufficiale dello Stato, ha stabilito che, per garantire una maggiore qualità, e quindi prestigio, della professione di avvocato sarà introdotta una ulteriore formazione della capacità professionale che sarà impartita ai laureati in giurisprudenza attraverso corsi specifici di formazione, che saranno impartiti ed organizzati da università, pubbliche e private, e da scuole di pratica giuridica (Cfr. art. 3, ley 34/2006). Ciò va a ribadire che la formazione professionale spagnola viene impartita direttamente in ambito universitario, che unisce un taglio pratico oltre a quello accademico in senso stretto.

Riepilogo

In sintesi, e per tornare alle chiarificatrici pronunce giurisprudenziali europee, la lettura combinata delle due decisioni serve a far evincere e, quindi, cristallizzare i limiti del beneficio che viene conferito dal diritto comunitario fissando, nella prima, i criteri per stabilire l’abuso del diritto e, nella seconda, il corretto esercizio della libertà del riconoscimento delle professioni.

In conclusione, per ritornare nei confini del territorio italiano, i modi di accesso, da parte di un avvocato europeo, all’esercizio della professione di avvocato possono essere di tre tipologie:

a) libera prestazione di servizi; l’avvocato europeo che, con intenzione di esercitare occasionalmente e saltuariamente nel territorio italiano, è ammesso, ai sensi della Direttiva 249/1977/CE recepita in Italia con la L. 9 febbraio 1982, n.31, senza alcuna preclusione dipendente dalla cittadinanza o dalla residenza, a prestare liberamente i propri servizi professionali in altro Stato europeo (c.d. Stato ospitante) con il titolo dello Stato di origine, senza alcun diritto di utilizzare il titolo di avvocato del Paese ospitante.

Inoltre, il medesimo professionista deve svolgere le attività di tipo giudiziale di concerto con un avvocato del Paese ospitante, rispettando le relative norme legislative, professionali e deontologiche.

La legge italiana di attuazione della direttiva ha stabilito anche che, prima di cominciare a svolgere la propria attività professionale nel territorio dello Stato, l’avvocato proveniente da altro Paese comunitario è tenuto a trasmettere un’apposita comunicazione al Presidente del Consiglio dell’Ordine nella cui circoscrizione si svolgerà tale attività. Infatti, la ratio di quest’ultimo richiamo legislativo trova fondamento nel fatto che, nell’esercizio delle loro attività, gli avvocati comunitari sono soggetti al potere disciplinare del Consiglio dell’ordine competente per territorio.

b) diritto di stabilimento (avvocato stabilito e avvocato integrato); La Direttiva 98/5/CE, recepita in Italia con il D. Lgs. 2 febbraio 2001 n. 96, consente agli avvocati "comunitari" la possibilità di svolgere stabilmente l’attività forense in ogni Stato europeo con il proprio titolo professionale di origine. L’avvocato, che abbia esercitato in maniera effettiva e regolare la professione in Italia per tre anni, può chiedere al proprio Consiglio dell’Ordine la dispensa della prova attitudinale e, se dispensato, può iscriversi nell'albo degli avvocati e esercitare la professione con il titolo di avvocato.

Durante il periodo dei tre anni di attività l’avvocato rientrerà nella categoria dei c.d. avvocati stabiliti, decorsi i quali, laddove sia suffragato da un’attività effettiva e regolare, l’avvocato potrà iscriversi direttamente nell’albo degli avvocati ed esercitare la professione spendendo direttamente il titolo di "avvocato" (c.d. avvocato integrato).

Per quanto riguarda l’iscrizione quale avvocato stabilito il professionista comunitario dopo essere stato iscritto nell’apposita sezione speciale dell’albo, dovrà agire d’intesa, per la sola attività giudiziale, con un professionista dello stato ospitante che abbia il titolo di avvocato, anche nelle magistrature superiori laddove dimostri che di aver esercitato la professione nella Comunità Europea per un periodo superiore a 12 anni. I doveri che lo stesso assume sono quelli di rispettare le norme legislative, professionali e deontologiche dell’Ordinamento italiano, non può avvalersi del titolo di avvocato ma solo di quello di origine ed è sottoposto al potere disciplinare del Consiglio dell’Ordine degli avvocati competente per territorio.

La domanda per l’iscrizione nella sezione speciale dell'albo deve essere inviata al Consiglio dell’Ordine della circoscrizione del tribunale in cui l’avvocato Ue ha fissato stabilmente la residenza o il proprio domicilio professionale.

L'iscrizione nella sezione speciale dell'albo è subordinata alla sola (Cfr. C-118/09) iscrizione dell'istante presso la competente organizzazione professionale dello Stato membro di origine.

La domanda dovrà contenere i documenti che attesttino la cittadinanza di uno Stato membro della Unione Europea o una dichiarazione sostitutiva, la residenza o dichiarazione sostitutiva ovvero dichiarazione dell'istante, con la indicazione del domicilio professionale ed infine una attestazione della iscrizione alla organizzazione professionale dello Stato membro di origine, rilasciato in data non antecedente a tre mesi dalla data di presentazione, o una dichiarazione sostitutiva dello stesso.

Il Consiglio dell'Ordine investito della domanda deve deliberare entro il termine di trenta giorni e qualora non provveda in detto termine l'interessato può, entro dieci giorni dalla scadenza di tale termine, presentare ricorso al Consiglio Nazionale Forense, il quale decide sul merito dell'iscrizione.

Importante rilevare altresì che, successivamente all'iscrizione, l'avvocato stabilito ha l’onere di presentare annualmente al Consiglio dell'Ordine un attestato di iscrizione all'organizzazione professionale di appartenenza, rilasciato in data non antecedente a tre mesi dalla data di presentazione, ovvero dichiarazione sostitutiva.

c) Riconoscimento qualifiche professionali: per l’ottenimento del riconoscimento dei titoli professionali, tra cui anche quello di avvocato, nel territorio italiano è possibile percorrere il procedimento di riconoscimento sancito dal D.Lgs. n. 206/07, in attuazione della direttiva 2005/36/CE.

La domanda per il riconoscimento di un titolo professionale conseguito nell’ambito della UE deve essere inoltrata al Ministero della Giustizia (Dipartimento per gli affari generali -Direzione generale della giustizia civile - Ufficio III). La domanda deve essere corredata dalla seguente documentazione: a) un certificato o copia autenticata di un documento di riconoscimento che attesti l’identità e la nazionalità del professionista; b) una copia degli attestati di competenza ed eventuali ulteriori titoli di formazione e attestati sull'esperienze professionali maturate in Italia; c) due marche da bollo del valore euro di 14,62 ciascuna.

Entro trenta giorni dal ricevimento della domanda, il Ministero accerta la completezza della documentazione esibita, comunicando all'interessato le eventuali necessarie integrazioni.

Per la valutazione dei titoli acquisiti, il Ministero competente può avviare una conferenza di servizi per valutare la qualifica professionale dello stato di origine ai sensi della legge n. 241/1990 alla quale partecipano anche i rappresentanti dell'Ordine o Collegio professionale ovvero della categoria professionale interessata nonché gli altri ministeri previsti dall’articolo 16 del D.lgs. 206/2007.

Sul riconoscimento provvede il Ministero della Giustizia con decreto motivato, da adottarsi nel termine di quattro mesi dalla presentazione della documentazione completa da parte dell'interessato, nel quale sono stabilite le modalità della prova attitudinale.

Detta prova attitudinale ha luogo, almeno due volte l'anno, presso il Consiglio Nazionale Forense. L'esame, in lingua italiana, si articola nella prova scritta e orale o solo in una prova orale.

Il candidato può consultare il dizionario di lingua italiana e il codice commentato.

Nel decreto di riconoscimento sono altresì individuate le materie di esame tra quelle elencate nell'allegato A al regolamento di cui al D.M. 191/2003. Ove la prova non fosse superata, è possibile sostenerla nuovamente trascorsi sei mesi.

Presso il Consiglio Nazionale Forense è istituita con decreto del Ministero una commissione d'esame che dura in carica tre anni.

Il richiedente, presenta al Consiglio nazionale forense domanda di ammissione all'esame in bollo, allegando la copia autenticata del decreto di riconoscimento e la copia del documento di identità.

Entro il termine massimo di sessanta giorni dal ricevimento della domanda, la commissione si riunisce su convocazione del Presidente per la fissazione del calendario delle prove d'esame.

Dell'avvenuto superamento dell'esame la commissione rilascia certificazione all'interessato ai fini dell'iscrizione all'albo.

Una volta superata la prova attitudinale, il decreto di riconoscimento adottato dal Ministero della Giustizia attribuisce al beneficiario il diritto di accedere alla professione e di esercitarla allo stesso modo del cittadino dello Stato ospitante e il diritto di usare il titolo professionale corrispondente.

Conclusione

Orbene, alla luce delle siffatte premesse (normative, giurisprudenziali e interpretative), occorre evidenziare che la linea assunta della Corte - che ci interessa in particolar modo vista l’efficacia erga omnes delle sue decisioni -, si è indirizzata proprio verso l’orientamento estensivo della definizione di diploma - secondo cui la decisione di omologazione è assimilata a tutti gli effetti a quella riportata nella direttiva 89/48 - al fine di migliorare e semplificare la libera circolazione dei professionisti nell’Unione Europea, attraverso un reciproco riconoscimento sulla base del sistema generale istituito dalla norma comunitaria. Progetto questo, che viene perseguito anche dall’europarlamento, il quale vorrebbe rivedere e semplificare la normativa per facilitare ancor di più l’esercizio delle professioni anche al di fuori dei confini del proprio territorio di residenza. Di certo il percorso che si prefigge l’Unione Europea di rendere effettivo uno dei propri pilastri - quello della libertà di circolazione - è ancora lungo e tortuoso, giacché vi sono diverse problematiche che ostacolano l’applicazione sic et simpliciter delle normative, quali la ritardata trasposizione delle norme comunitarie in norme nazionali, le difficoltà linguistiche di interscambio e le differenze formative professionali di ogni singolo stato membro.

In conclusione, le due richiamate pronunce giurisprudenziali hanno evidenziato il limite del beneficio del riconoscimento delle qualifiche professionali che viene conferito dal diritto comunitario fissando i criteri per determinare un eventuale abuso del diritto, ossia l’omologazione meramente formale riguardante, ad esempio, il caso sollevato dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri, distinguendola invece dal pieno esercizio della libertà del riconoscimento delle professioni che presuppone, da parte del beneficiario, un percorso formativo ulteriore e supplementare accademico per l’esercizio della professione come nel caso della pronuncia pregiudiziale richiesta dall’Obertste Berufungs – und Disziplinarkommission contro un abogado che intendeva riconoscere il proprio titolo professionale in Austria.

Da quanto detto si deduce che detto orientamento investendo la figura principe del riconoscimento va a ricomprendere necessariamente tutte le figure ad esso subordinate ovvero il diritto di stabilimento e la libera circolazione dei professionisti.

Roma lì, 10 gennaio 2011



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